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fascia africa

La mamma italiana è in genere una mamma con la M maiuscola: una mamma che mette i suoi figli al centro, che vede in loro la realizzazione dei suoi sogni e delle sue aspettative. 

Ma come viene vissuta la maternità sul piano fisico, psicologico ed emotivo nelle altre culture?         

Altrove i figli sono tanti e arrivano perché lo vogliono loro. In molte zone dell’Africa i figli sono spiriti che arrivano sulla terra per loro volontà: in Mali ad esempio si crede che questi spiriti abbiano una settimana di tempo per decidere se restare tra gli uomini o andarsene, mentre in Benin  un neonato con una malformazione viene considerato una divinità perché “speciale” e destinato a portare qualcosa di buono a tutta la comunità.

In Africa le donne hanno il compito di proteggere il bimbo che portano nel grembo: ecco perché ad esempio la gravidanza deve rimanere segreta il più a lungo possibile. Se nessuno sa del piccolo,  gli spiriti non possono fargli male e gli invidiosi non possono lanciargli il malocchio. Quando poi la gravidanza è inoltrata e non può più essere tenuta segreta, allora la mamma protegge il bimbo impedendo che chiunque tocchi la sua pancia.

Persino al momento del parto, è bene, nelle culture africane, che non si senta il pianto del neonato o le grida della madre: le donne del villaggio, intorno alla partoriente, fanno rumore e cantano forte, per evitare che gli spiriti si vengano a prendere il piccolo.

Quando poi il bambino nasce, la madre, curata e aiutata in tutte le faccende domestiche dalle altre donne, per i primi tre mesi  ha il compito fondamentale di “dare forma al bimbo”: lo lava, lo purifica, lo massaggia, e lo prepara così all’ingresso nella comunità. Solo allora gli viene dato il nome e solo allora viene ufficialmente accolto nel gruppo sociale.

Nei paesi islamici è motivo di vanto avere tanti figli, specie per l’uomo che viene considerato più virile e potente. La donna invece in genere arriva al parto senza sapere che cosa l’aspetta: se durante il travaglio ha paura, le altre donne cercano in ogni modo di distrarla da quello che sta succedendo. Il parto deve rimanere qualcosa di misterioso.

Il latte materno, nelle culture tradizionali, serve a dare al bambino la forza: se la mamma è senza latte, sarà compito della comunità prendersi cura dell’allattamento, il bimbo verrà nutrito da altre donne del gruppo.

Il contatto fisico tra madre e figlio in molte parti dell’Africa è molto importante: le donne legano il bimbo stretto a sé con uno scialle e lo portano sulla schiena in ogni momento della loro giornata. Il bambino talvolta arriva ad un anno d’età senza essere stato posato al suolo: fargli toccare terra, significa per la mamma africana esporre il piccolo a contaminazioni e pericoli.

La cosa strana è che quando finalmente il bimbo compie un anno, in pochi giorni inizia a camminare: sulla schiena della madre ha imparato istintivamente gli equilibri necessari alla camminata.

Quale è allora il nostro ruolo nell’accompagnare una donna in gravidanza di altre culture in un contesto così diverso dal loro?

La dott.ssa Vighi ci consiglia alcune strategie…

  1. Aiutare la donna a trovare il giusto equilibrio tra i due mondi in cui si trova a vivere…ricordiamoci che la gravidanza è un momento di passaggio nella vita di ogni donna, la straniera vive anche  in bilico tra la sua cultura tradizionale e quella occidentale.
  2. Non giudicare ciò che non capiamo e che forse come occidentali non potremo mai comprendere del tutto
  3. Ricordare che in Occidente noi esistiamo anche da soli, mentre in molte culture tradizionali l’individuo ha significato perché parte di un gruppo, di una comunità. Di conseguenza in Italia la mamma si preoccupa di “suo” figlio, del “suo” benessere, della “sua” salute, della “sua” istruzione; la mamma straniera invece spesso “dona un bimbo alla comunità” e la comunità ha il dovere di prendersene cura.

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