EDITH

 

Mi chiamo Edith e vengo dalla Nigeria. Sono arrivata in Italia circa 6 anni fa: mio marito lavorava a Reggio Emilia e mi ha detto di venire, insieme ai nostri due figli. I ragazzi a quel tempo avevano 6 e 4 anni. Ma quando sono arrivata in Italia, tutto è stato molto difficile. Io non parlavo italiano e mio marito mi diceva che dovevo sempre stare in casa: non voleva che andassi neppure a fare la spesa. Mio marito era semprearrabbiato e mi picchiava. Un giorno scoprii che aveva delle altre donne. Una sera mi picchiò così tanto che dovetti andare all’ospedale: mi dissero che dovevo fare una denuncia alla polizia, ma non sapevo l’italiano e non sapevo cosa fare. Un’amica mi mandò alla Caritas e dall’Assistenza sociale e loro mi aiutarono a trovare altre persone che mi potessero aiutare. Mi portarono anche alla Cooperativa Madre Teresa: si misero d’accordo con don Davide e mi ospitarono in una Casa di prima accoglienza. Volevo provare a lavorare: il lavoro mi serviva anche per non pensare a tutti i miei problemi. Accettai di fare volontariato in un Laboratorio di pasta fresca che la Cooperativa Madre Teresa stava aprendo. All’inizio fu difficile: non capivo una parola di italiano e la prima volta che arrivai stavano facendo i tortellini! E poi lasagne, rosette e molto altro: io cucinavo in Africa per la mia famiglia, ma erano ricette molto diverse. In Nigeria io ero maestra di matematica. La mia tutor, Barbara, mi spiegò un po’ alla volta, facendomi vedere con le mani quello che dovevo fare oppure chiedendo ad altre ragazze africane di tradurmi le istruzioni. Dopo qualche mese di volontariato mi dissero che ero brava e che mi avrebbero assunto. E così è arrivato il primo vero stipendio.

Ho lasciato la Casa di accoglienza ed ho trovato un appartamento in affitto. Appena sono diventata indipendente e sembrava che tutto andasse bene, mio marito è tornato: non aveva più un lavoro ed voleva tornare ad abitare con me. Ero molto arrabbiata con lui ma Dio ci ha insegnato a perdonare: e io che ho sempre letto la Bibbia, l’ho accolto di nuovo in casa. Dopo poco tempo ero in cinta di una bimba, Viola. Ma quando Viola è nata, mio marito ha ricominciato ad essere violento: mi prendeva lo stipendio e picchiava i bimbi. Mio marito diceva che se lo denunciavo, riportava i bimbi in Africa. Avevo molta paura e piangevo sempre. Le maestre e gli assistenti sociali hanno chiamato il Tribunale di Bologna e l’incubo è finito.

Adesso Viola ha due anni, i due ragazzi grandi vanno a scuola, e continuo ancora a lavorare presso il Laboratorio di Mani in Pasta in Via Mantegna 1, a Reggio Emilia, che intanto è diventato più grande. La mia vita è serena, voglio continuare ad abitare in Italia e spero che i miei figli diventino italiani a tutti gli effetti.

Già adesso mangiano lasagne e spaghetti piuttosto che il nostro riso fritto. Tante persone qui ci vogliono bene, e adesso Barbara, la mia tutor, don Davide, il mio referente spirituale, e Lino, il presidente della Cooperativa Madre Teresa, sono la mia nuova famiglia. So che da loro basta bussare e troverò una porta aperta. Oggi sono venuta qui anche per dire grazie, grazie a Barbara , a don Davide, a Lino, e a tutti gli italiani che mi hanno aiutata: oggi pregherò anche per voi.

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